Mi pagano per regalare il mio lavoro

Quando qualcuno mi chiede che lavoro faccio, rispondo che scrivo programmi. Fin qui, niente di strano.

Poi aggiungo il resto: i programmi che scrivo li regalo. Chiunque può scaricarli, usarli, copiarli e modificarli. Gratis, per sempre, senza chiedere il permesso.

A quel punto arriva sempre la stessa domanda: e allora chi ti paga?

Mi paga un’azienda. Uno stipendio normale, tutti i mesi, da anni. Non sono un volontario e non è beneficenza.

I programmi a cui lavoro io non li apre nessuno. Servono a far viaggiare i dati dentro i capannoni pieni di computer che tengono in piedi le banche, gli ospedali, i negozi online, le compagnie telefoniche.

Ognuna di queste aziende potrebbe costruirsi il proprio programma, spendendo una fortuna. Oppure possono contribuire allo stesso progetto, dividendo la spesa, e usarlo tutte.

Hanno scelto la seconda strada. Per farlo funzionare pagano persone come me.

Il risultato è che quel programma non resta chiuso dentro una sola azienda: possono usarlo tutti. Anche tu, se ti serve.

Ecco perché la parola “gratis”, quando si parla di questi programmi, confonde le idee. Non sono la versione scadente di qualcosa di serio. Non sono un ripiego per chi non vuole spendere. Sono il contrario: sono la roba seria, quella su cui gira tutto il resto.

E ce l’hai già in casa.

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